“Squola” di regime.

La controriforma “Gelmini” della scuola sta suscitando vivaci proteste tra i gli insegnanti, i genitori e le famiglie.

Era ora, dopo settimane di disinformazione mediatica, specie televisiva, in cui si evocavano i vecchi tempi, i grembiulini, la condotta ed il libro cuore. Per la verità come genitore di bimbi della materna e delle elementari, forse anacronistico, credo che un po’ più di disciplina non sia diseducativa.

Ma il problema non è questo.

E’ evidente che un taglio di 8 miliardi di euro e di 150.000 tra insegnanti e dipendenti nella scuola pubblica rappresenti una mera operazione di bilancio (e non di politca scolastica) ed una scure che taglierà di netto le potenzialità formative della nostra scuola.

Mi sembra però che dietro le esigenze terra-terra dei bilanci di Tremonti ci sia un pericoloso  progetto culturale tipico di una destra populista che punta tutto sul controllo della formazione, dell’informazione  e sulla propaganda.

Il campanello d’allarme è costituito da queste “”classi ponte in cui collocare i bambini stranieri (che tra breve saranno la maggioranza) divisi da quelli italiani. La logica è quella del ghetto, della diversità, di strade che nella prima metà del secolo scorso portarono l’Europa ed il mondo sul baratro dell’intolleranza.  L’obiettivo non è quello di formare le nuove generazioni  allo studio ed ai valori fondamentali dell’umanesimo (come potrebbe esserlo con meno insegnanti e meno ore di scuola!!!), ma quello di controllare la formazione scolastica e contemporaneamente di chiudere le porte all’integrazione.

Insomma l’ignoranza dei nostri figli diventa la principale garanzia della continuità del regime.

Si tratta di un dejà vu che dovrebbe essere ancora vivo nella nostra memoria.

Questo nostro tempo mi ricorda sempre di più gli anni tra il 1919 ed 1922. La recessione economica, la crisi del lavoro, l’inadeguatezza dei redditi, la frammentazione delle opposizioni e la voglia dell’uomo forte. Qualcuno lo chiama il “fascismo debole”. Mi pare di più un tempo di disegrazione sociale, della sfiducia, un tempo prodromico all’uomo forte.

Peraltro, se c’è ancora qualcuno che si indigna, che ha voglia di protestare civilmente e di esprimere le proprie opinioni liberamente, vuol dire che non tutto è perduto.

Sei miei bimbi tornano quotidianamente da scuola parlandomi dei loro compagni arabi, romeni, albanesi e nomadi chiamandoli amici con il loro nome di battesimo e non  per etnia, vuol dire che un futuro c’è ancora. Noi adulti stiamo attenti a non rovinarlo, anzi diamoci da fare per difenderlo. 

 

Piccolo editoriale del 24.10.08                                                       Maurizio Marello

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