Il sindaco di periferia che ha sbancato i notabili

“Hanno perso i ricchi”, la butta lì con soddisfazione Bruno Ceretto, seduto a un tavolo della sua piola in piazza Duomo. E già questo fa uno strano effetto, ché il gran signore dei vini povero non è; e poi perché, chi più chi meno, ricchi li diresti tutti qui nella città di Alba. Dove la Ferrero l’anno scorso ha aumentato il fatturato dell’otto per cento, pullulano le case che si rifanno il trucco, crisi o non crisi le filiali di banche sono più di sessanta, una ogni cinquecento abitanti, e gli appartamenti in centro arrivano a dodicimila euro il metro quadro. Mettiamola così: Carlo Castellengo, 68 anni, candidato sindaco del centrodestra e dell’Udc, è un commercialista di grido. L’industriale Giuseppe Miroglio, una potenza da queste parti e importante cliente del suo studio, gli ha fatto da testimonial. La robusta associazione dei commercianti gli ha dato una mano. Ciò nonostante, Castellengo è stato sonoramente sconfitto. A fargli mordere la polvere è stato un signore tutt’affatto diverso, Maurizio Marello, 43 anni, cattolico del Partito democratico, avvocato, nato nel popolare quartiere Mussotto, condomini e vecchie cascine sul limitare delle colline. Ed è la prima volta da tempo immemorabile che il primo cittadino di Alba non proviene dalle quattro strade bordate di palazzi medievali o dalla ristretta cerchia di notabili che si passano il testimone ogni cinque anni.

La ricetta della vittoria, che ha fatto di Marello uno degli uomini che tengono in piedi il Pd nel Nord-Ovest, la racconta Ceretto che, quanto a lui, ha sostenuto il candidato Pdl: «Ho detto a Maurizio: non hai soldi, non hai grandi appoggi. Ma sei onesto, hai moglie e quattro figli il che non guasta, hai il tempo e la voglia di fare il sindaco. Vai di casa in casa, attaccati a tutti i campanelli e spiega questo, fai capire agli albesi che sei uno di loro». Detta così, suona fin troppo facile. E qualcuno, per esempio, sussurra che dietro il successo del centrosinistra ci sia anche lo zampino di Oscar Farinetti, ex patron di Unieuro e ora di Eataly. Ma, seduto qualche tavolo più in là con il responsabile provinciale del Pd Massimo Scavino e con Antonio Degiacomi che cinque anni fa fu strapazzato dall’uscente del centrodestra Rossetto, il sindaco di periferia, come ci tiene a farsi chiamare, sostanzialmente conferma.

Calvizie ben portata e un accenno di barba incanutita precocemente, occhi azzurro chiaro in una bella faccia pulita, camicia a righine senza cravatta, giacca blu con le maniche troppo lunghe oltre i polsi, insomma glamour zero, Marello spiega: «La nostra forza è stata ripartire dal basso, tornare fra la gente, ascoltare i loro problemi e parlare di cose concrete, di quel che serve ad Alba. Politica nazionale poca o niente, polemiche pretestuose con il centrodestra ancor meno. Abbiamo riconosciuto onestamente quel che di buono hanno fatto e ci siamo concentrati sugli errori e i ritardi, come il Piano regolatore che la città aspetta da dieci anni e che la maggioranza, fra divisioni e liti, non è riuscita ad approvare. E poi tanto lavoro. C’è chi si è alzato alle cinque del mattino per un mese pur di conquistare il posto migliore per il gazebo al mercato. È stato faticoso, certo, ma poi l’onda lunga è partita, la gente ha cominciato ad arrivare, gente che non si era mai vista, gente che aveva votato sempre dall’altra parte…».

Il risultato è stato sorprendente: Marello ha sfiorato il 58 per cento con 1900 voti in più rispetto al primo turno e nessuno, dico nessuno, degli assessori uscenti è stato rieletto in consiglio comunale. Un terremoto. In una città dove la Gancia, candidata di centrodestra e Udc alle Provinciali, è andata oltre il 51 per cento e alle Europee le stesse forze politiche hanno veleggiato verso il 54. Una città che, per tornare indietro negli anni, quando Forza Italia vi paracadutò Mariella Scirea, mai vista e conosciuta, la elesse in un trionfo di voti. Ora, trasformare il caso di Alba in un genere da esportazione, un esempio da imitare, sarebbe sciocco. Ma la vittoria del centrosinistra può aiutare a sfatare qualche mito di largo consumo nella politica italiana di questi anni e a trarre qualche indicazione utile. Primo: chi l’ha detto che gli uomini di partito non funzionano e che leader e candidati vanno cercati altrove? Dirigente delle Acli, militante popolare e poi della Margherita, Marello dimostra il contrario. «I partiti, il loro essere una scuola di buona amministrazione e uno strumento per trasmettere valori sono l’unica via d’uscita dalla crisi della politica. Sarò vecchio, ma i personalismi e i personaggi salvifici non mi hanno mai convinto», sorride.

Seconda indicazione: i candidati vanno scelti dal basso e non imposti dai vertici, nazionali o regionali che siano. Tentazione che pure c’è stata, racconta Marello, anche in questa occasione. «Ma noi ci siamo impuntati e a Torino hanno rinunciato…». E infine: serve tempo e pazienza. «Il Pd ha bisogno di rinnovare i vertici, di fare un salto generazionale, di dire basta ai vecchi padrini nel partito e di ripartire dal basso, cominciando al più presto con un congresso che legittimi di nuovo i dirigenti. Ma tutto questo non basta se si ha fretta, se si ha l’ansia di ottenere il risultato subito, se non si è capaci di darsi un respiro temporale più ampio. Insomma, noi siamo stati dieci anni all’opposizione e non è stato facile. Però oggi ci godiamo la Lega al 7 per cento. È segno che i voti che abbiamo perso in questi ultimi anni al Nord possono tornare a casa. Anche se…». Il sindaco di periferia si ferma un attimo a pensare, si passa la mano sul viso, incerto se dire o non dire. «Anche se, la sa una cosa? Io ancora non ci credo».

(Da LA STAMPA del 24 giugno 2009 – pagina 9)

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